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La storia di Moena

Il territorio del Comune di Moena si colloca storicamente nel punto di congiunzione tra la Val di Fiemme e la Val di Fassa, e tale collocazione ha contribuito a plasmare il carattere e la natura della comunità in esso insediata.

L'antico nome del paese "Moyena", rinvia ad un luogo paludoso, e la tradizione, fissata nello stemma ottocentesco, vuole il fondovalle prosciugato da un antico bacino lacustre. Come risulta dai documenti, il nome passò ad indicare l'intero paese dopo aver contraddistinto uno dei suoi primi nuclei, situato sulla destra idrografica dell'Avisio, a monte della sua confluenza con il Rio di Costalunga, anche oggi chiamato Moene.

Gli altri agglomerati "storici" sono distribuiti tra le due sponde del torrente: a sinistra Pecé, Someda, Ischiacia, Turchìa (storicamente "Contrada della Brida"); a destra Ciajeòle, Somariva, Sort e la più discosta Penia con il sottostante maso di Val e più a sera Medil. Nel 1928 anche l'abitato di Forno/L Forn venne incluso nel territorio moenese, dopo aver costituito per secoli una comunità autonoma.

Non si può dire con certezza se il territorio sia stato stabilmente abitato o meno nella preistoria, cioè prima dell'avvento dei Romani e prima del Cristianesimo. Recenti rinvenimenti sporadici che risalgono al Mesolitico (circa 8000 anni a.C.) documentano però una frequentazione a quote che ancora pochi decenni fa venivano ritenute inaccessibili, come i vali­chi di San Pellegrino e di Lusia.

L'individuazione di "castellieri retici" nelle contigue aree di Fiemme e Fassa, porta inoltre a ritenere plausibili analoghi insediamenti della Seconda Età del Ferro (V-IV sec. a.C.) sulle alture prospicienti il fondale acquitrinoso.

Nei secoli successivi alla "guerra retica" (15 a.C.) il territorio di Moena partecipa delle vicende che vedono l'inserimento dell'area atesina e dolomitica nell'orbita dell'Impero Romano, da cui ha origine la formazione dell'entità linguistica
reto-romana o ladina. Questi tratti caratteristici si consolidano nei secoli VI-VIII grazie agli apporti degli evangelizzatori provenienti da Aquileia durante i regni dei Longobardi e dei Franchi. All'epoca carolingia viene fatta risalire la fondazione delle Pievi, fulcro dell'organizzazione ecclesiastica e civile delle comunità locali.

La primitiva appartenenza di Moena alla Pieve di San Giovanni di Fassa, dipendente dalla Diocesi di Bressanone, non è suffragata da documentazione diretta, ma viene da taluni studiosi desunta dalla contiguità geografica e dalla comunanza dei tratti culturali e linguistici con le popolazioni di quell'area.

Le prime fonti scritte, che risalgono al 1164, assegnano chiaramente Moena alla diocesi di Trento, venendovi in tale anno consacrata una chiesa a San Vigilio da parte del vescovo Adalpreto. Già dal 1027, frattanto, l'Imperatore Corrado II il Salico aveva investito i vescovi di Trento e di Bressanone del potere temporale. Taluni storiografi avanzano l'ipotesi che in successive circostanze si sia verificato un cambiamento di confini tra i due Principati in corrispondenza dell'abitato di Moena: a causa del passaggio alla giurisdizione della Pieve di Cavalese, distante parecchie ore di cammino, la località avrebbe richiesto ed ottenuto l'erezione di una propria chiesa.

Analogamente dalla lettura dei Patti Gebardini sembra che Moena non risulti in origine inserita nella Comunità di Fiemme, se non a partire dal 1234. Ancora nel 1304 i rappresentanti moenesi, sottoscrivendo una convenzione con la Comunità di Fassa, agiscono autonomamente. Soltanto con la ristrutturazione dei Quartieri del 1315 Moena appare interamente inserita nell'ambito della Comunità di Fiemme.

Altri elementi confermano la particolare posi­zione occupata dal paese nel contesto comunitario. Moena è subito Capo quartiere e si riserva la prima voce nelle adunanze comunali; nella sua piazza si tengono i Placiti, così come a Cavalese, i suoi Regolani possono pro­porre un altro candidato qualora la terna per l'elezione dello Scario non risulti di loro gradimento.

Altre peculiarità la contraddistinguono in ambito religioso e civile. Nel 1334 il vicario spirituale di Trento, quasi certamente a sottolineare la diversità linguistica, definiva la gente di Moena, "distincta a plebe flemarum".

Un fatto significativo per la storia di Moena è costituito dalla fondazione dell' “ospizio” di San Pellegrino avvenuta nel 1358. In quest'anno i "frati bianchi" di San Pellegrino nelle Alpi Apuane ottennero dalla regola di Moena "un pezzo di terreno prativo e boschivo nella zona di Alloch", ora Passo di San Pellegrino, per costruirvi un ospizio allo scopo di accogliervi i viandanti che dovevano attraversare il passo. L'ospizio tornò più tardi alla regola di Moena che lo amministrava tramite un affittuario tradizionalmente detto "priore".

Per secoli la comunità di Moena poté gestire in relativa autonomia le proprie risorse, fondate in gran parte sul possesso comune di vaste aree boschive e pascolive, e sull'attività di agricoltori e artigiani.

Le istituzioni tradizionali poterono ben poco all'avvicinarsi della bufera napoleonica. Subìta una prima occupa­zione nel marzo del 1797, la Comunità di Fiemme dovette cedere ai Francesi nell'inverno 1800-1801.

Nel 1809 il governo bavarese, alleato di Napoleone, abolì i privilegi, sostituì i Comuni alle antiche "regole" e introdusse la coscrizione obbligatoria. In quell'occasione anche a Moena, come nella vicina Predazzo, si verificarono episodi di protesta che sfociarono successivamente nella sollevazione popolare capeggiata da Andreas Hofer. Con la restaurazione del dominio asburgico, la secolare indipendenza delle Comunità rurali fu ridotta a nulla più che una pallida testimonianza.

 

 

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